Siamo giunti incosapevolmente nell’era delle classifiche, dei top 100, dei più quotati, dei più letti, dei più visti, dei più linkati, dei contest acchiappa backlink e di tante altre diavolerie per ottenere il successo nell’etere di Internet, forse come un palliativo alle nostre delusioni della vita reale quotidiana.
E poi c’è lui, il signor Google. Quello che se ne frega altamente se sei disposto a indebitarti e mettere in palio una BMW Z4 per il tuo nuovo contest, quello che non sta a guardare se anche tu hai detto la tua opinione sul comico in auge del momento o hai fatto la tua bella ennesima recensione sull’innovativo telefono tuttofare. Lui ti osserva, controlla se il sito che ti linka è un buon sito, e se non è sicuro guarda pure chi linka chi ti linka. Controlla che il tuo passatempo preferito non sia quello di scopiazzare le idee degli altri e che ti scomunica se usi keyword a sfondo erotico su un sito che parla di taglio e cucito.
E noi ne diventiamo man mano succubi. Ogni volta che postiamo rileggiamo l’articolo per controllare che queste benedette parole chiave ci siano e siano valide, passiamo più tempo a pensare a quale titolo usare per comparire tra i primi 10 risultati nei motori di ricerca piuttosto che concentrarci sul contenuto dell’articolo. Pur di piacergli linkiamo solamente siti che abbiamo un pagerank almeno pari a 6 altrimenti non dormiamo più sonni tranquilli.
Siamo così presi da questa classifica mania che esponiamo orgogliosamente sui nostri blog miriade di badge mangiabanda, contatori delle visite e degli abbonati al feed, bottoni del pagerank, la posizione in classifica di Wikio, Blobabel, l’authority di Technorati. Se un blog non compare in qualche classifica allora ci rifiutiamo di leggerlo perché lo consideriamo il prodotto di un ragazzino brufoloso sparacazzate, se invece è nei primi 10 non va altrettanto bene poiché si tratta di un blog troppo inflazionato e che magari viene pagato per parlare bene di qualcosa oppure che ti propina pubblicità camuffata da normali link testuali.
Beh che dire l’abbiamo voluto noi alla fine. Ed ora non possiamo di certo rimangiargi tutto questo. In fin dei conti ci troviamo bene così e poi si sa le abitudini sono duri a morire.
Vorrei trovare delle belle parole di saggezza per concludere questo post ma non le trovo, e di scrivere banalità non me la sento. Anzi a dire il vero io non volevo nemmeno scrivere tutto questo. Piuttosto stavo preparando un articolo sui fattori positivi e negativi per il ranking di google ma poi mi son fermato di fronte alle banalità a cui mi prestavo a scrivere e ho scritto di getto queste mie riflessioni, consapevole di rientrare appieno nella categoria appena descritta. Ma è questo il bello, essere consapevoli di quello che si fa, essere in grado di giudicarsi in modo obiettivo.
E voi, cari lettori cosa ne pensate? Siamo veramente alla ricerca del successo virtuale come forma di appagamento della nostra vita? Badiamo più all’apparire che all’essere nella blogosfera internettiana?
Tag Technorati: Internet, riflessioni, blogosfera, successo
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